Alessandro, dobbiamo parlare. — Se è per la macchina, domani la sposto. — Non è per la macchina. Gianni era seduto al tavolo della cucina. Davanti a lui c’era una tazzina di caffè ormai freddo. Patrizia stava sistemando i piatti nella lavastoviglie. Alessandro aprì il frigorifero. — È rimasta della pasta? — Nel contenitore in basso — rispose sua madre. — Te la scaldo? — Faccio io. Gianni guardò sua moglie. Poi guardò suo figlio. Trentacinque anni, un buon lavoro, una macchina comprata due anni prima e una settimana di vacanza in Grecia già prenotata per agosto
— Alessandro, dobbiamo parlare. — Se è per la macchina, domani la sposto. —
Posso dirti una cosa che non ho mai avuto il coraggio di dire a nessuno? Sara lesse il messaggio due volte. Era arrivato alle undici e venti di sera. Il mittente era Davide, il marito della sua migliore amica. Sara rimase qualche secondo a fissare lo schermo. Poi scrisse: — Certo. È successo qualcosa? La risposta arrivò quasi subito. — Non lo so. Forse sì. Forse sono io che non sto bene. Sara appoggiò il telefono sul comodino
— Posso dirti una cosa che non ho mai avuto il coraggio di dire
Mamma, dimmi che non è vero. Teresa guardò sua figlia maggiore senza capire. — Cosa? — Hai deciso di lasciare la casa a Paola? La voce di Cristina tremava. Paola, seduta dall’altra parte del tavolo, abbassò gli occhi. Teresa aveva ottantadue anni. Era piccola, magra e negli ultimi anni camminava con un bastone. — Non ho ancora lasciato niente a nessuno — rispose. — Ma vuoi farlo. — Sì. Cristina si alzò. — E io cosa sono? Non sono tua figlia? Teresa sospirò. — Certo che sei mia figlia. — Allora perché la casa va a lei? Fu Paola a intervenire
— Mamma, dimmi che non è vero. Teresa guardò sua figlia maggiore senza capire.
Daniela, vieni qui un momento. Paolo era seduto davanti al computer con gli occhiali ancora sul naso. Sua moglie entrò nello studio con uno strofinaccio in mano. — Che c’è? — Siediti. Daniela lo guardò. — Perché? — Siediti, per favore. C’era qualcosa nella voce di suo marito che la preoccupò. Daniela si sedette sulla sedia accanto alla scrivania. Paolo girò lentamente lo schermo verso di lei. — Mi spieghi cos’è questo? Daniela guardò. Non disse niente
— Daniela, vieni qui un momento. Paolo era seduto davanti al computer con gli
Mamma, ma sei seria? Lucia capì immediatamente che quella conversazione non sarebbe andata come aveva immaginato. Sua figlia Valentina era seduta dall’altra parte del tavolo con una tazzina di caffè davanti. — Serissima. — E da quanto tempo va avanti? — Non “va avanti” niente. Ci stiamo frequentando. — Da quanto? Lucia esitò. — Quasi quattro mesi. Valentina appoggiò lentamente la tazzina. — Quattro mesi? E me lo dici soltanto adesso
— Mamma, ma sei seria? Lucia capì immediatamente che quella conversazione non sarebbe andata
Mamma, devo dirti una cosa. Quest’anno a Natale non veniamo. Anna rimase con il telefono vicino all’orecchio e la mano ferma sopra il tavolo della cucina. Per qualche secondo non disse nulla. — Come sarebbe a dire che non venite? — Quest’anno passiamo Natale con i genitori di Elisa. Anna guardò il calendario appeso alla parete. Era soltanto novembre, ma lei aveva già cominciato a pensare al pranzo di Natale. — È successo qualcosa? — No, mamma. Non è successo niente
— Mamma, devo dirti una cosa. Quest’anno a Natale non veniamo. Anna rimase con
Matteo, dimmi che non è vero, — disse Chiara, la voce bassa ma tagliata da una lama di freddo insospettabile per le otto del mattino. Chiara teneva in mano un mazzo di chiavi con un portachiavi di gomma a forma di margherita gialla. Le chiavi risuonavano leggermente, metalliche e pesanti. Matteo apparve sulla porta della cucina. Aveva la cravatta ancora sciolta intorno al collo e la tazza del caffè a metà strada verso le labbra. Guardò la moglie, poi lo sguardo cadde sul metallo lucido nella sua mano. — Cosa? — chiese lui, provando a fare la faccia di chi non capisce, anche se il colore gli era già corso via dalle guance. — Queste, — disse Chiara, muovendo appena la mano. Matteo impiegò qualche secondo a elaborare una risposta che potesse salvarlo. Sospirò, lasciando cadere le spalle. — Sono le chiavi di mia madre. — Tua madre ha le chiavi di casa nostra?
Il lunedì mattina, nella casa di Chiara e Matteo alla periferia di Bologna, il
Per chi sto pulendo tutto questo? — si chiedeva spesso mentre passava lo straccio sulle mensole. Il giardino, poi, era una lotta continua. L’erba andava tagliata ogni settimana in primavera. Le siepi crescevano storte. Le grondaie del tetto si riempivano di foglie secche ogni autunno e la pioggia rischiava di entrare sotto le tegole. Un giorno Rosa era salita su una piccola scala per pulire il tubo dello scarico, le era girata la testa e per un momento aveva temuto di cadere. Si era aggrappata con tutte e due le mani al ferro della grondaia, con il cuore che le batteva forte nel petto. Quando era scesa, tremando, si era seduta sul gradino dell’ingresso e aveva guardato la facciata della casa. I ricordi erano bellissimi, sì. Ma i ricordi non usavano il tagliaerba. I ricordi non riparavano le caldaie che si rompevano a dicembre. E i ricordi non le tenevano compagnia la sera, quando la televisione faceva da sottofondo a stanze buie e troppo grandi. Rosa aveva iniziato a camminare per il centro del paese vicina. Un giorno si era fermata davanti alla vetrina di un’agenzia immobiliare
La casa di campagna poco fuori Firenze non era solo un edificio di mattoni
Piove, — disse Marco. — Sì, — rispose Giulia. Non si girò nemmeno. Versò il caffè nella tazza di ceramica bianca e gliela mise davanti. Poi versò il suo. Non toccarono zucchero. Negli ultimi anni avevano smesso di usarlo entrambi, senza mai esserselo detto. Giulia finì il caffè con tre piccoli sorsi, diede una pulita veloce al lavello con la spugna, prese la borsa dalla sedia ed uscì. Il rumore della porta di casa che si chiudeva fu secco, definito. Marco rimase solo con la sua tazza a metà e il ticchettio dell’orologio a parete. Le loro giornate erano diventate tutte così: un’architettura di gesti ripetuti senza alcun bisogno di parole. Non c’era cattiveria, non c’era rancore aperto. Se qualcuno avesse chiesto loro se erano felici, avrebbero risposto di sì, perché la felicità, per quelli della loro generazione, spesso significava assenza di disgrazie
La sveglia delle sette non serviva più, ma Marco si svegliava comunque. Per trentaquattro
Domenica prossima andiamo a Orvieto — le aveva detto Anna con entusiasmo. — Siamo un bel gruppetto, in quattro. C’è ancora un posto in macchina. Vieni con noi, Teresa! Ti farebbe tanto bene uscire un po’ da Roma. La prima risposta di Teresa era arrivata istintivamente, senza nemmeno passare per il cervello. — Oh, grazie Anna, ma non posso. — E perché non puoi? Hai qualche impegno urgente? Teresa aveva aperto la bocca per inventare la solita scusa, ma le parole si erano bloccate in gola. Non aveva visite mediche. Non c’erano compleanni. Non c’era nessuna urgenza. Non aveva assolutamente nulla da fare. Semplicemente, negli ultimi dieci anni, Teresa aveva preso l’abitudine di lasciare i fine settimana completamente vuoti nel suo calendario, per essere sicura di essere libera nel caso in cui i suoi figli avessero avuto bisogno di lei. Manteneva la sua vita in attesa, come un’auto con il motore acceso pronta a partire a qualsiasi ora
Il vapore del caffè saliva piano verso il soffitto della piccola cucina. Teresa stringeva